• Recensione di Mezzelfo: Lo stile Jackson;
Abbiamo visto che ISdA di Peter Jackson non è identico a ISdA di J.R.R. Tolkien, per molti validi motivi. A parte le differenti esigenze di un film rispetto a un libro, che avrebbero imposto a qualunque regista di buon senso alcuni dei cambiamenti che abbiamo visto e altri che vedremo in seguito, non dobbiamo trascurare la visione personale di Peter Jackson. Nell'adattare un libro per il cinema ogni regista segue la sua sensibilità, le sue preferenze tra i vari aspetti del libro, la sua esperienza e in definitiva il suo talento. Io credo che con il suo talento Jackson abbia reso il miglior omaggio possibile a Tolkien, ma indubbiamente nella trasposizione per il grande schermo ha voluto evidenziare certi elementi del libro a discapito di altri. Era inevitabile, malgrado la durata complessiva dell'opera sia di 12 ore (considerando le versioni estese in dvd), perché l'opera di Tolkien è, per vastità, numero di pagine, quantità di personaggi, fatti, dialoghi e luoghi, assolutamente insormontabile, impossibile da riprodurre integralmente. E' evidente che Peter Jackson sia voluto subito andare al sodo: il suo ISdA è la storia di Frodo e dell'Anello, e di quanti sono direttamente legati ad essi, escludendo elementi fuori dal contesto, che nel libro vanno pure bene perché ne aumentano la profondità, ma che sarebbero dispersivi e anche deleteri nel film. Ecco quindi spiegata l'esclusione di interi capitoli, come Tom Bombadil o Percorrendo la Contea. Ma l'impronta di Jackson è evidente non solo nei singoli eventi (o nella loro mancanza), ma anche a livello più generale, nel tono o, come dire, nell'atmosfera del film. ISdA libro comincia in modo decisamente tranquillo, con toni rilassati, quasi da commedia o da racconto fiabesco, e pian piano assume un tono più serio, più avventuroso, e drammatico sul finire de La Compagnia dell'Anello; in Le Due Torri c'è una parte riconducibile al genere epico cavalleresco, e un'altra un po' dark fantasy un po' romanzo psicologico, mentre ne Il Ritorno Del Re il tono prevalente è quello epico guerresco. Jackson ha voluto uniformare il tono dei tre film, sia per dare un maggior senso di coesione all'opera, sia per esprimere la sua visione personale. ISdA film è quindi un film drammatico, seppur di ambientazione fantastica, in cui gli elementi avventurosi, comici e fantasy servono a dare il giusto equilibrio alla storia. La lotta di Frodo contro il potere dell'Anello è cupa e disperata fin dall'inizio della missione, e non solo il ritmo diventa sempre più incalzante, ma progressivamente aumenta la sensazione di drammatica urgenza. E' in quest'ottica che, per esempio, la battaglia al fosso di Helm è più cupa e più difficile che nel libro, e ne viene maggiormente rimarcata l'importanza per il destino della terra-di-mezzo. Un altra scelta molto importante è stata il voler dare un senso di realismo alla pellicola. Beh, potrebbe obiettare qualcuno, come si può parlare di realismo in un film con hobbit, elfi, mostri e magie? Eppure non si può negare che l'opera di Jackson sia totalmente differente da film fantasy come, per esempio, Conan il Barbaro. Per me ISdA è realistico, pur nel contesto di un mondo immaginario con creature ed eventi immaginari. Innanzitutto Jackson ha voluto un forte realismo fisico: le location, gli oggetti, i costumi, i mostri, tutto doveva essere verosimile per lo spettatore, altrimenti la storia avrebbe perso di credibilità. Nel paragrafo sugli effetti speciali torneremo su questo punto. Un'altra cosa che Jackson ha voluto a tutti i costi è il realismo dal punto di vista emozionale, psicologico; in altre parole i personaggi, seppur fantastici, dovevano essere verosimili. Ecco perché in certe situazioni è costretto a distaccarsi dal libro, dove capita che qualche personaggio incarni un archetipo o un ideale, per esempio quello epico-cavalleresco. Il cinema non si nutre di archetipi, ma di personaggi: ecco quindi lo sforzo da parte della sceneggiatura e della regia di enfatizzare l'umanità dei personaggi, perché risultino piò credibili per lo spettatore, che può identificarsi in essi. Questo naturalmente aumenta il coinvolgemento emotivo nella storia, che è il vero fine di ISdA. Peter Jackson trascura alcune parti del libro che ritiene non necessarie o non "traducibili", ma ne porta alla luce altre seminascoste o addirittura trascurate da Tolkien, come le sofferenze del popolo di Rohan a causa della guerra, che rendono più toccante e emotivamente coinvolgente la sequenza d'azione al fosso di Helm. Addirittura, Peter Jackson mostra alcune cose che nel libro non sono mostrate o magari sono ridotte a dei flash-back; questo potrebbe sembrare paradossale, dal momento che, come ho già detto, alcuni capitoli del libro sono del tutto assenti nel film. Perché allora, potrebbe dire qualche affezionato lettore di Tolkien, il regista non si è limitato a dare vita alle parole di Tolkien, invece di inventare lui stesso delle scene? Perché, chiaramente, Peter Jackson è un regista dotato di buon senso. Mi dite voi che cosa sarebbe il primo film senza la sequenza della morte di Boromir? Perderebbe molto, moltissimo, perché di quell'importante evento che Tolkien non descrive affatto (semplicemente Aragorn trova Boromir in fin di vita) Jackson ha fatto il culmine emotivo del primo film, e uno dei momenti più alti della trilogia. Similmente nel terzo film viene mostrato un evento, la cavalcata (suicida) di Faramir e i suoi verso Osgiliath, che nel libro non è descritta, e che Jackson rende, seguento il suo istinto e le sue idee, una delle scene migliori. Gli esempi continuano: la lotta tra Gandalf e il Balrog, l'attacco degli ent ad Isengard, le scene tra Aragorn e Arwen. Tutti questi momenti sono indispensabili per dare il giusto ritmo ai film, e per non confondere lo spettatore ordinario. Vedendo il buon numero di scene d'azione e combattimento, qualcuno potrebbe pensare che Jackson predilige le parti di azione del libro sacrificando dialoghi e momenti più riflessivi. Sbagliato, perché se è vero che ne Le Due Torri c'è una scena d'azione in più rispetto al libro (l'attacco dei mannari), nel primo film ce n'è più di una in meno (i lupi che attaccano la Compagnia dopo la bufera, gli orchi sul fiume Anduin...), e la grande battaglia di Minas Tirith, che è la sequenza di guerra più imponente della trilogia, dura, per quanto riguarda le sole scene d'azione, meno di mezz'ora. Personalmente trovo che in tutti e tre i film ci sia un equilibrio impeccabile delle parti più spettacolari e d'intrattenimento con i dialoghi e i momenti di introspezione. E' verissimo che Peter Jackson dimostra di avere grande talento per le scene di azione, si tratti di un inseguimento a cavallo o di una manovra di guerra, e riesce sempre a renderle originali e diverse tra loro. Chiaro che lo spunto è offerto da Tolkien, ma spesso il tocco finale (e anche qualcosa in più) lo dà l'inventiva di Jackson. Un paio di esempi: ne Il Ritorno del Re, Tolkien scrive che tra gli eserciti del nemico ci sono degli uomini, gli Haradrim, che vanno in guerra con i mumakil (quegli elefanti giganteschi che vediamo nel terzo film), senza però specificare come questi siano utilizzati; che essi, oltre a calpestare e travolgere i cavalieri di Rohan, siano anche delle torri mobili dal cui dorso gli arcieri Haradrim possono tirare frecce da una posizione favorevole, ebbene questa idea viene unicamente dall'immaginazione di Jackson. Ancora, pensiamo al terrore che provano gli uomini nei confronti dei Nazgul: Tolkien spiega il perché di questa paura, derivata dalla loro natura malvagia e potente, e lo fa in modo molto convincente; nel film però bisogna dare allo spettatore una spiegazione concreta alla paura, possibilmente coinvolgendo lo spettatore. Ecco quindi che i Nazgul, grazie alle bestie alate, sono delle micidiali macchine da guerra, che afferrano e dilaniano uomini e cavalli come farebbe un'aquila con un coniglio. Questo, aggiunto al loro urlo, che nel film è davvero raccapricciante, giustifica eccome le manifestazioni di paura nei personaggi, e coinvolge lo spettatore. Spesso Peter Jackson non deve far altro che dare concretezza alle parole di Tolkien: sempre riguardo i Nazgul, nel primo film la paura che il cavaliere nero emana è evidenziata non solo dalla recitazione dei quattro hobbit, ma anche da un tocco di classe, cioè mostrando degli insetti che scappano via dall'albero e dal terreno. Anche in questo caso Jackson dimostra di conoscere a fondo il libro, perché quest'idea è suggerita dallo stesso Tolkien quando, attraverso le parole di Frodo, dice "tutti gli animali si terrorizzano al loro avvicinarsi" (Libro secondo, capitolo I). Peter Jackson è bravo a seguire i "suggerimenti" del libro, ma adattandoli ai suoi scopi. Per esempio, la canzone di Pipino che accompagna la già menzionata scena del sacrificio di Faramir è presente nel libro, nel capitolo "In tre si è in compagnia", dove però è una canzone hobbit dal tono abbastanza spensierato. Rendendola toccante e triste e inserendola in un contesto ben più drammatico, Jackson si distacca da Tolkien, ma lo fa al fine di migliorare il film, e infatti non mi stancherò di ripetere che quella scena è tra le migliori in assoluto. Dal punto di vista visivo, l'impronta del regista è evidente, in particolare nel tipo di inquadrature. Prima di tutto ho notato (e le interviste sui dvd me lo hanno confermato) che Jackson cerca sempre di dare una certa dinamicità alla scena, e infatti la macchina da presa è quasi sempre in movimento, anche nei primi piani difficilmente è del tutto ferma. Ho notato poi che Jackson ha la predilizione per i campi lunghi, ossia gli piace inquadrare luoghi e paesaggi da molto lontano (sfruttando spesso i bellissimi paesaggi della Nuova Zelanda), per poi passare ai primissimi piani. Qualche volta succede il contrario, per esempio all'inizio de Le Due Torri prima vengono mostrati Gandalf e il Balrog abbastanza da vicino, e improvvisamente si passa a un campo lungo con una sfera infuocata che precipita al centro dello schermo, una soluzione stilistica che mi ha molto colpito. Ben note a chiunque abbia visto il film sono poi le riprese aeree, alcune delle quali veramente mozzafiato, come quella nel secondo film in cui la telecamera fa un giro di forse più di 270 gradi per mostrare Aragorn che arriva al fosso di Helm, per non parlare della sequenza dell'accensione dei fuochi nel terzo film. Per finire, dopo aver tessuto tante lodi a Jackson, è doveroso parlare di altre due persone il cui contributo ai film è stato indispensabile e determinante: Fran Walsh (moglie di Jackson) e Philippa Boyens, co-sceneggiatrici insieme allo stesso Jackson. Molte idee innovative e brillanti della storia dei film vengono da loro, e se non ne ho parlato apertamente è perché è bastato riferirmi a Jackson, che in quanto regista, co-produttore e supervisore dell'intero progetto costituisce, per così dire, il membro d'azione di questa efficientissima triade. Una cosa che mi ha sorpreso scoprire è che la sceneggiatura cambiava di continuo durante le riprese, addirittura di giorno in giorno, segno tangibile di quanto questi film siano il risultato di un processo dinamico, che ha richiesto sforzi continui da parte di tantissime persone, a cominciare dai tre cervelli alla base di tutto, Jackson, Walsh e Boyens, tra i quali vanno giustamente divisi meriti e (perché no?) colpe.
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