PROLOGO

Sono iniziate le ore delle visite; i medici mi hanno già detto che potrebbe essere l’ultima notte per lei, ormai sono quattro mesi che è bloccata a letto.
Entro nella sua camera: è assorta nei suoi pensieri, guarda il paesaggio dipinto di verde che si può ammirare dalla finestra del quinto piano del policlinico di Como.
È la terza camera che cambia da quando è stata ricoverata; quando si sono accorti che non c’era più nulla da fare le hanno concesso una camera singola, l’idea le è piaciuta anche perché ora sono l’unica persona con la quale parla. Ogni giorno, prima di recarmi in ospedale, acquisto dalla fioraia cinque margherite bianche e gliele sistemo in un vaso di vetro che tiene sul comodino, lo faccio perché è stata lei a chiedermelo esplicitamente. La camera è ben illuminata per gran parte della giornata ma lei non ci fa caso, tiene spesso lo sguardo perso nel vuoto, credo che i suoi ricordi la tormentino.
« Ciao mamma » Si accorge di me « Ciao, tesoro »
« Come ti senti oggi? »
« Piccola mia... mi dispiace che tu sia costretta a venire qua ogni giorno »
« Ma che dici? Non sono costretta e poi... »
« E’ giunto il momento che tu sappia la verità »
« Ma che stai dicendo? Quale verità? »
Resto titubante e dopo una pausa, volta lo sguardo su di me e mi sussurra «Ascoltami attentamente e tieni tesoro di tutto ciò che ti sarà detto »
« Per questo mi hai detto di portare il registratore? »
« Si, accendilo per cortesia »
Estraggo il registratore dalla borsa, clicco REC e ascolto.

M & M

Quella sera tornai a casa tardi e ad aspettarmi accanto al cancello c’era Matteo. Era triste e si vedeva chiaramente che aveva il morale a pezzi.
Gli era capitato qualcosa ma in principio non volle parlarmene, era disperato. Cercai di parlargli con dolcezza e riuscii nell’intento.
« Non sapevo a chi rivolgermi! So che siamo semplicemente compagni di corso e che non abbiamo mai parlato seriamente ma cerca di capirmi.Non mi dilungherò e non scenderò neppure nei particolari; poco fa ho assistito ad un omicidio. Non so molto, erano contrabbandieri d’armi, uno ha sgarrato alle regole ed è stato punito secondo la loro legge. »
Non sapevo che dire, ero sbalordita, sembrava tutto uno scherzo ma era troppo terrorizzato. Decisi che la strada non era un bel posto per parlare e lo invitai ad entrare.
« Non preoccuparti, i miei sono fuori per lavoro e tarderanno parecchio. »
« Non pensavo a questo, sei sicura che non disturbo e che hai del tempo da perdere con me? »
« Tempo ne ho parecchio e se è da perdere lascialo giudicare a me. »
Restai sbalordita io stessa delle mie parole, avevo invitato a casa mia un ragazzo che in sostanza non conoscevo come se fosse il mio migliore amico. Inoltre sentivo il mio cuore palpitare come non mai; si.. mi piaceva.
Non era il solito venticinquenne, o almeno …per me non lo era. Ricordo ancora oggi i suoi capelli scuri, corti, tenuti col gel. Il suo sguardo era penetrante, attento e acuto, e i suoi occhi castani esprimevano più di quanto volessero dire cento sue parole.
Era un sabato di febbraio e faceva ancora freddo, nel camino erano sistemati alcuni ceppi che avevo predisposto prima di uscire, accesi il fuoco e il salotto s’illuminò di una luce fioca ma calda. Matteo si sedette sul divano, sembrava perso ma mi accorsi qualche istante più tardi che non era così, si sentiva a suo agio e anche per me era lo stesso. Portai due birre dalla cucina, gliene porsi una e mi sedetti sul tappeto, a qualche passo da lui. Iniziammo a conversare e le nostre parole risultavano piacevoli a entrambi, il tempo trascorse velocemente e senza che ce ne accorgemmo, passò la notte da me. Ma non come possono pensare molti, restammo tutto il tempo a parlare di me, di lui e di tutto quello che poteva venire in mente a due svitati come noi.
La mattina, prima di andare via, mi diede due baci sulla guancia e mi disse:
« Ci vediamo! »
Restai stupita io stessa da quelle due semplici parole che mi rimasero in mente per tutto il resto della giornata.
Contrariamente alle premesse che si erano create, che ci avrebbero voluti presto insieme, non lo vidi per un lungo periodo. Trascorse più di un mese senza che Matteo tornasse a scuola. Mi preoccupai, dopo il suo racconto era il minimo che io potessi fare.
Un martedì mattina, poi, lo incontrai all’ingresso: lo vidi in giardino con i suoi amici, mi passò accanto ma non ebbi il coraggio di dirgli nulla e credo che anche per lui fosse stata la stessa cosa.
Cercai di fare finta di nulla, mi recai in aula e cercai di concentrarmi sulla lezione d’inglese, ma non fu affatto facile. I miei pensieri s’indirizzavano automaticamente a Matteo, allo sguardo che aveva posato su di me senza rivolgermi la parola. Ricordo che appena mi vide restò stupito e forse un po’ sconcertato, ma cercò di camuffare e infatti credo che gli amici non si accorsero di niente. Credo di essere arrossita, il mio cuore aumentò i battiti e sentii il sangue pulsare nelle vene.
Al termine delle lezioni andai a sistemare i libri nel mio armadietto, appena lo aprii un biglietto cadde per terra. Rimasi sbigottita, non mi era mai capitata una cosa simile, lo aprii e mi accorsi che era suo.

Scusami se non mi sono fatto sentire, ho avuto qualche problema ma ora è tutto a posto. Mi piacerebbe incontrarti, per parlare un po’. Se ti va ci vediamo questa sera al parco, hai presente il vialetto fiancheggiato da ciclamini che porta al laghetto? Ti aspetto lì, alle nove. Spero accetterai l’invito …Matteo
Era già tanto ricevere attenzioni da parte sua, ma un invito era ancora più di ciò che mi sarei aspettata. Riflettei sul da farsi e mi ricordai che avevo già preso impegni con i miei amici; non potevo disdire, erano trascorse circa due settimane dall’ultima volta che c’eravamo incontrati. In ogni caso, non me la sentivo di deludere Matteo.
Decisi di telefonare a Sara, l’unica in grado di darmi un consiglio in un momento come questo.
“Ma ti stai rincretinendo? Vai da lui! Non capisco perché vorresti sprecare un’occasione come questa”
D’altronde aveva ragione, si sarebbero presentate altre occasioni per andare in pizzeria con i ragazzi ma forse non avrei avuto un altra occasione come quella che mi si era appena presentata. “Sei sicura che per voi non ci siano problemi?”
“Secondo te? Credimi, i ragazzi capiranno, forse più di te! Vai e cerca di divertirti!”
Dopo averci pensato accettai il consiglio “D’accordo, questa volta hai vinto. Comunque vi raggiungerò in pizzeria, ma se dovessi tardare non preoccupatevi. A stasera!”
Riallacciai la cornetta, e pensai a quanto fosse importante per me Sara: la conoscevo da ormai sei anni e le volevo un bene che forse lei neanche s’ immaginava.
Sara era una ragazza dal carattere forte, era sempre pronta a dare consigli e si faceva in quattro per gli amici. Era molto corteggiata e la maggior parte delle volte le mie prede s’innamoravano di lei, in effetti non potevo biasimarli, era molto bella. Vinse per due volte consecutive il titolo di ragazza più carina della scuola nonostante non si fosse iscritta a nessun concorso. Lei si riteneva una ragazza semplice, come tante altre, ma io sapevo che non era così.
Quando mi destai dai miei pensieri, si erano già fatte le sette: mi feci una doccia veloce e, nonostante cercavo di convincermi che non era nulla d’importante, scelsi con cura gli abiti da indossare. Infilai una gonna nera, la camicia beige e un golfino a V. Malgrado le mie misure non fossero abbondanti, gli abiti mi davano un certo fascino. Ero alta un metro e settanta, pesavo 54 kg e avevo una seconda scarsa di seno. Forse era dovuta a tutto lo sport che praticavo ma non mi lamentavo, ero abbastanza in forma. Mi guardai allo specchio, mi piacevo ma i capelli erano troppo lunghi, era ora di tagliarli. Mi ripromisi che ci sarei andata quella settimana stessa, nel mentre dovevo aggiustarli come potevo: gli raccolsi in una coda ma alla fine optai per tenerli sciolti. In fondo avevo bei capelli, erano neri con i riflessi viola, mi arrivavano poco più giù delle spalle e il taglio scalato gli dava un certo volume. Ora mancava il trucco: colorai le gote con un po’ di fard e passai una pennellata d’ombretto sulle palpebre per non avere un aspetto troppo cadaverico, scelsi un colore chiaro per valorizzare maggiormente il colore scuro degli occhi e il taglio un po’ orientale. Presi la giacca e ripromisi a me stessa che dopo aver parlato con Matteo sarei andata a raggiungere i ragazzi in pizzeria. Solo allora mi accorsi che stavo uscendo di casa scalza, abbozzai un sorriso e m’infilai gli stivali. Uscii e mi chiusi la porta di casa alle spalle.
Arrivai al posto prestabilito in anticipo e lui era già lì. Mi avvicinai lentamente:
« Ciao! Scusa il ritardo, il fatto è che... »
..non ebbi il tempo di continuare poiché lui mi prese e mi strinse forte a se. Non sapevo come reagire, volevo abbracciarlo ma avevo paura, e chissà di cosa. Ad un tratto le mie mani iniziarono a muoversi da sole: eravamo abbracciati, alle nostre spalle il caldo tramonto primaverile si specchiava nell’acqua; mentre le ombre si allungavano lentamente.
« Mi sei mancata. »
Avvicinò le sue labbra alle mie, il mio cuore batteva all’impazzata, ci baciammo.
Ormai la paura era scomparsa; desideravo tanto che quel momento non terminasse più ma era impossibile.
Mi prese la mano e mi portò in una panchina, ci sedemmo.
« Non ti sei più fatto vedere, ero preoccupata. »
« Hanno arrestato l’assassino ed essendo un testimone, mi sono dovuto recare al distretto principale per l’identificazione. »
Dopo una breve pausa aggiunse:
« Ho dovuto testimoniare al processo e ora ho paura, era un processo pubblico. »
« Perché, che problemi ci sono? »
« Mi hanno informato sul caso: i due tizi facevano parte di un’organizzazione pakistana, la vittima era un corriere slavo mentre l’assassino era pakistano. Dubito che mi lascino in pace, l’ho fatta grossa. »
« La polizia non può fare niente? »
« No, e ad ogni modo ha archiviato regolarmente il caso. »
La serata passò in fretta, tanto che persi la cognizione del tempo; si erano fatte le undici; ormai andare in pizzeria sarebbe stato inutile: a quell’ora li avrei trovati in piazza. Ma perché rovinare una serata così speciale?
Dopo circa un’ora mi riaccompagnò a casa e mi salutò con un dolce bacio appassionato.
In casa la segreteria telefonica era colma di messaggi: mia madre, Sara, Luca, la nonna, e perfino Francesca, l’amica di mia madre.
Decisi di richiamare tutti l’indomani, ormai era troppo tardi.
Quella notte non riuscii a chiudere occhio; pensavo a quel dolce e lungo bacio dato forse all’unico vero amore della mia vita.
Ero sicura: lo amavo.

La mattina seguente, come tutte le mattine, passarono a prendermi in auto per andare a scuola Marco e Alessia.
Alla prima ora avevo filosofia, la mia materia preferita: ciò che mi affascinava di più era Zenone coi suoi paradossi. Cercava il modo di mettere in “ridicolo” i suoi “colleghi” e ci riusciva sempre.
Alla fine delle lezioni fui invasa di domande da parte di Sara ed Alessia.
« Allora, non ci racconti niente? »
« Come hai passato la serata? Non ti sei fatta vedere affatto! »
« Che cosa avete fatto? »
« Lasciatemi il tempo di aprire bocca », riuscii finalmente a dire, “ abbiamo semplicemente parlato. »
« E poi? », esclamarono in contemporanea.
« Ci siamo baciati. Niente di più. »
« Che tipo é? », aggiunse subito Alessia.
« E’ abbastanza simpatico, sensibile, romantico e ha una voce fantastica. »
Pochi istanti dopo arrivarono Marco, Sabina, Carla e tutti gli altri: ormai il gruppo era completo. Eravamo amici fin dai tempi delle elementari: infatti, da piccoli, vivevamo tutti nello stesso quartiere; ci conoscevamo troppo bene, nessuno era in grado di mentire all’altro. Di tanto in tanto si litigava ma erano tutti litigi infantili, un sorriso e si faceva subito pace.
Stavo per salire nell’auto di Marco quando mi sentii chiamare:
« Michela! Aspetta! »
Riconobbi immediatamente la voce e quando mi girai vidi il mio “principe”.
« Ciao Matteo! », esclamai stupita.
A poco a poco si avvicinò, voleva dire qualcosa ma forse la presenza dei miei amici glielo impediva. A quel punto i ragazzi capirono e con delle scuse banalissime se ne andarono.
« Vuoi un passaggio? »
« Volentieri! »
Prese la sua moto, mi tese la mano e mi aiutò a salire.
« Siamo arrivati a destinazione », disse fermandosi davanti a casa.
« Grazie per il passaggio. Vuoi entrare a bere qualcosa? »
« No. Tutt’al più ci vediamo stasera, d’accordo? »
“ D’accordo », e avvicinandosi mi baciò.
Iniziammo a trascorrere tutte le sere insieme, non sempre da soli poiché ci univamo ai miei amici; ormai anche Matteo era uno di noi.
Stavo trascorrendo un periodo magico; lo sfruttai al massimo perché si sa, come tutte le cose belle, non durano in eterno, anche se quello era destinato a durare per sempre.
Il sabato seguente diedi una festa a casa mia, invitai un gran numero di persone le quali a loro volta ne invitarono delle altre. Vennero persino alcuni ragazzi che non conoscevo e mi ridussero la casa in condizioni terribili.
La fortuna era che i tuoi nonni erano in Egitto e ci sarebbero restati ancora per circa un mese.
Il giorno dopo la casa tornò in ordine grazie all’aiuto di Sabina che preferì aiutarmi a pulire piuttosto che andare a scuola.
Sabina era una ragazza fantastica; era la ragazza di Marco, il mio ex. Ero stata io a farli mettere insieme, erano fatti l’uno per l’altra e lo avevo capito fin dall’inizio.
Ogni tanto a casa passava Francesca per vedere e controllare se le cose filavano lisce. Francesca era la migliore amica di tua nonna, lo era sin dai tempi del liceo e avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei. Era sposata e aveva una figlia, Marta. Francesca restò incinta a soli diciotto anni e i suoi genitori la cacciarono via da casa, tua nonna la ospitò da lei e se n’andò solo dopo essersi sposata con Danilo all’età di 21 anni. Un anno dopo i tuoi nonni si sposarono e dopo due anni nacqui io.
Si conobbero al liceo, uscivano insieme ed erano molto amici; erano considerati pazzi poiché facevano cose che a quell’epoca pochi osavano fare, infatti, tutti si stupirono quando decisero di iscriversi all’università e per di più in archeologia.
Un pomeriggio andai a casa di Matteo: bussai ma la porta era aperta ed entrai.
“ Matteo sei in casa? Sono io, Michela. »
Nessuna risposta.
Ad un tratto mi accorsi che la casa era tutta sottosopra e gettai un urlo. Cominciai a girare dappertutto e arrivata in cucina lo vidi, seduto a terra, con le lacrime agli occhi.
« Cos’ è successo? »
« La loro vendetta è arrivata »
Scoppiai a piangere e mi gettai tra le sue braccia.
Pensavo che l’accaduto fosse solo un sogno; purtroppo era la dura realtà.
« Devi andare alla polizia »
« Non posso e poi sarebbe peggio. Il loro odio nei miei confronti aumenterebbe ancora di più, devo sconfiggerli io con le mie sole forze »
Sapevo come era fatto, era troppo orgoglioso ed io non potevo fare nulla per fermarlo.
« E’ un organizzazione pakistana perciò il fulcro di tutto è in Pakistan »
« Cosa hai intenzione di fare? »
« Andrò in Pakistan perché farli guerra in Italia non servirebbe a nulla. Ora devo documentarmi per saperne di più e domani inizierò a fare ricerche »
« Allora io vado. Ci vediamo domani dopo le lezioni »
E così fu. Ogni giorno, per circa una settimana, c’incontravamo dopo le lezioni.
Una mattina mi chiese di accompagnarlo da un ricettatore di sua conoscenza. Il suo nome era Billy Cravez, era nativo in America e si trasferì in Italia intorno all’età di trent’anni.
Billy aveva una cinquantina d’anni, era un uomo molto disponibile e aveva l’aspetto di una persona per bene.
« Mi dispiace Matteo, ma non so dirti nulla. Però ho un amico che vive in Pakistan, forse lui potrebbe aiutarti. Si chiama Kevin Dowson, è americano come me. Vive a Multan, si è trasferito lì dopo l’assassinio del suo compagno, Richard.
Multan è una delle città più facoltose del Pakistan, potrebbe sapere qualcosa e in ogni caso, è sempre meglio avere qualche conoscenza in un paese straniero »
« Grazie Billy, sei un vero amico »
« Per te questo e altro »
Non capivo perché Billy fosse così disponibile nei confronti di Matteo, doveva esserci qualcosa che li legava.
« Andrò in Pakistan », disse con aria decisa.
« Avvertirò Kevin del tuo arrivo. Stai molto attento, questo non è un gioco, è una faccenda seria e anche molto pericolosa »
« Starò attento, non preoccuparti »
Ci allontanammo mano per la mano, indifferenti di tutto e di tutti.
M’invitò a prendere un drink ed io accettai molto volentieri.
« Domani mattina prendo il primo aereo per Multan »
« Verrò anch’ io con te »
« Non se ne parla, è troppo pericoloso »
« Ma io non voglio lasciarti e poi non potrei mai farlo! »
« Ma tu non accetti mai un no come risposta? Va bene, partiremo insieme »
« Grazie! »
Mi sentivo sollevata all’idea di partire con lui; non sapevamo come era la situazione in Pakistan e io non dovevo correre il rischio di non vederlo più.
Prima di tornare a casa passammo in agenzia per prenotare due posti sul primo aereo per Multan ma l’impiegato c’informò che a Multan non vi era l’aeroporto, quindi avremmo dovuto prendere il primo volo per Lahore e poi in auto sino a Multan. Partiva alle 10:00.
Pagò lui ma ero intenzionata a rendergli i soldi una volta giunta a casa.
Ora ero sicura che sarei partita ma non sapevo ancora se dirlo a mia madre, poi si sarebbe preoccupata inutilmente.
Matteo non aveva problemi di questo genere: lui era orfano, aveva perso i suoi genitori all’età di sei anni e visse in un orfanotrofio sino a quattordici anni. Poi fu mandato in un riformatorio ma ci restò poco poiché le suore ritenevano che fosse troppo bravo e decisero di mandarlo al liceo.
Compiuti diciotto anni prese l’autorità sull’eredità lasciata dai suoi genitori e dopo un anno e mezzo, con una piccola parte del patrimonio, si comprò un appartamento e continuò a pagarsi gli studi.
Restò a cena da me e preparai una cenetta coi fiocchi.
« Sono già le undici passate, è meglio che vada. Passerò a prenderti domattina alle 8:00, fatti trovare pronta.. »
« D’accordo, a domani! »
Come ebbi finito di lavare i piatti squillò il telefono: era mia madre.
« Tesoro, quanto tempo! Vedo che ti stai dando alla pazza gioia senza i tuoi vecchi, o sbaglio? »
« Mamma! Come stai? E’ una settimana che non ti fai sentire »
« Veramente sei tu introvabile: non ci sei mai in casa, dalla mattina alla sera »
« Beh, la mattina vado a scuola e la sera esco con gli amici. Come sempre, in fondo. Come va il lavoro? »
« Molto bene, grazie. C’é molto da fare ma faremo di tutto per tornare il prima possibile » dopo una breve pausa sospirò:
« Mi manchi tanto, bambina mia.. »
Ogni volta che andavano fuori per lavoro m’ invitavano ma io preferivo restare a casa con gli amici.
Quand’ero una bambina ciò non era possibile; frequentavo raramente la scuola, mia madre mi faceva lezioni private e ogni anno ero costretta a dare un esame.
Dai dodici anni smisi di viaggiare in continuazione; se i nonni stavano via a lungo io restavo da Francesca, se invece ci restavano solamente per un breve periodo potevo stare da Sara.
Una volta, quando avevo quindici anni, stettero in Grecia per ben cinque mesi, all’inizio soffrii molto la loro mancanza ma dopo mi ci abituai: questa era la loro vita.
La voce di mia madre in principio mi rassicurò ma poi non riuscii a trattenere le lacrime e scoppiai a piangere.
« Cara, non piangere, ormai sei grande », mi sussurrò in tono materno e con tutta la dolcezza di cui disponeva.
In quel momento avrei tanto voluto sfogarmi ma non potevo.
« Dai.. raccontami qualcosa che mi faccia sentire tramite telefono la tua radiosa risata. O se preferisci dimmi com’è il nuovo corso che stai frequentando »
Le raccontai della scuola e della festa che tenni a casa.
« Ora c’é qualcuno che desidera parlare con te, divertiti e sogni rosa, amore mio. Buonanotte! »
« Buonanotte, mamma! »
« Michela! Come stai? »
La voce squillante di mio padre era inconfondibile.
« Ciao, papà! Va tutto benissimo, e a voi? »
« A gonfie vele. Abbiamo trovato dei reperti molto particolari, al nostro ritorno te ne porteremo un campione, ok? »
« Ok. Ma devo aspettare ancora molto? »
« Un bel pò, ma non ti dispiace, vero? »
« Nessun problema, aspetterò. Nel frattempo fai attenzione alla mamma, siamo intesi? »
« Certo. Ti auguro una buona notte, tesoro mio. Ci sentiamo presto »
« Buonanotte! »
La mattina seguente mi alzai verso le 7:00; per prima cosa feci colazione, subito dopo una bella doccia, e solo in seguito preparai la valigia.
Ci misi dentro tantissime cose inutili, come per esempio il guantone da baseball che i miei mi regalarono per il mio undicesimo compleanno; forse lo feci solo per scaramanzia.
Finalmente suonò il campanello. Matteo aveva indosso un paio di jeans con una camicia nera; io mi ero vestita elegante e come lo vidi andai a cambiarmi.
Andammo all’aeroporto: ci dirigemmo al checkin per l’imbarco delle valigie e per assicurarci del posto in aereo.
Il decollo fu fantastico, c’era così tanta gente straniera che sembrava di essere già arrivati in Pakistan.
Dopo circa tre ore e mezzo eravamo all’aeroporto di Lahore.
Andammo un pò in giro per la città in cerca di qualche mezzo di trasporto.
Nella strada principale trovammo un mercante in cerca di qualche acquirente per le sue auto; faceva proprio al caso nostro.
Matteo comprò una jeep ma prima fummo costretti ad andare all’ufficio cambio valuta.
Successivamente ci mettemmo in cammino: passando dalla statale ci avremmo messo qualche ora.
C’era molto caldo e, nonostante fossimo vestiti leggeri, sudavamo come cavalli.
« Capisco che è un congedo. La guardo mettersi in piedi con maestà… Ma mi stai ascoltando? »
« Certo Michi, non preoccuparti. Continua a leggere »
« Tutto in lei comunica tranquillità, pazienza, robustezza mentale... »
« Siamo arrivati », m’interruppe bruscamente.
Un cartello alla nostra destra ci dava il benvenuto a Multan.
Multan era una città abbastanza grande e trovare Kevin sembrava un bel problema; forse chiedendo qualche informazione saremmo riusciti a raggiungere il nostro scopo, ma a chi?
Decidemmo di andare al mercato e non fu difficile da trovare.

Morivo di fame e, su una bancarella, vidi delle mele dall’aspetto sublime, ci fermammo per comprarne un po’. Per fortuna il mercante parlava inglese.
« Salve. Vorrei sei mele »
« Certamente signore, le più belle che ho »
L’uomo aveva una sessantina d’anni, con occhi e capelli scuri.
« Non siete di queste parti, siete italiani, vero? »
« Si, veniamo da... »
« Circa trent’anni fa visitai l’Italia con la mia defunta moglie; che ricordi! Girammo metà Europa, allora non c’erano tutti i problemi che ci sono oggi. Arrivammo in nave sino a Lisbona e poi in treno... »
Mentre l’uomo parlava pensavo che forse ci sarebbe potuto essere utile.
« Ditemi, che ci fanno due ragazzi come voi in una città come Multan? Non avete l’aria di turisti e quindi, qual è lo scopo del vostro viaggio? »
« Non è un viaggio di piacere », mi limitai a rispondere.
« Ha mai sentito parlare di un certo Kevin Dowson? », gli chiese Matteo.
Ci guardò con aria perplessa, poi con sguardo sospettoso ci disse:
« Kevin Dowson avete detto? Perché lo cercate? Siete forse federali? »
Il viso di Matteo s’illuminò: « Lo conoscete? Per favore, diteci dove si trova, per noi è molto importante riuscire a parlargli »
Forse il tono di voce che aveva usato Matteo era sembrato abbastanza sincero che il mercante c’invitò a seguirlo.
Ci portò in una casa dove ci presentò due donne: sua moglie e sua figlia.
« Questa è mia moglie Shaama e lei invece è mia figlia Jasmine. Jasmine accompagna i ragazzi alla locanda Blu, devono parlare con Karen »
« Chi è Karen? », chiesi io alquanto curiosa.
« La moglie di Kevin. Lei vi racconterà la storia » e detto questo si congedò rapidamente.
Jasmine ci accompagnò da Karen: una donna giovane e veramente molto bella, aveva i capelli lunghi, neri come il carbone e due occhi blu come il mare.
Si rivolse a noi con un tono molto quieto:
« Vi chiedo la gentilezza di trattenervi sino al termine del mio turno di lavoro, che è di qui a poco »
« Naturalmente, attenderemo fuori », replicò Matteo.
Verso le due del pomeriggio terminò di lavorare e andammo tutti e tre a casa sua.
Ci fece accomodare in un salottino molto accogliente e ci servì del tè veramente squisito.
« Potrei sapere perché cercate mio marito? »
« Ci ha mandato Billy Cravez », iniziò Matteo.
« Mi dispiace, ma io non lo conosco », rispose Karen.
« Erano amici quando vivevano in America », continuò lui, « poi Billy andò a vivere in Italia e Kevin venne in Pakistan »
« Perché questo Billy vi ha mandato qui? »
« Perché Kevin potrebbe aiutarci, ma scusi... Billy non l’ha avvisata? »
« No. Vi ho detto che non lo conosco »
Le cose non mi quadravano, Billy non poteva farci uno scherzo simile.
« Posso farle una domanda io? », chiesi, « dov’é Kevin? »
Il suo viso impallidì e il tono della sua voce diventò improvvisamente triste:
« Kevin è sparito due giorni fa, non mi ha detto niente e io ho paura che l’abbiano rapito »
« Due giorni fa, ha detto », intervenne Matteo.
« Si, proprio due giorni », disse lei.
« Due giorni fa Billy avrebbe dovuto avvisare Kevin del nostro arrivo, non penso che sia sparito dopo aver parlato con lui »
« In qualsiasi caso, non possono aver parlato, noi non abbiamo telefono. Dev’essere arrivato un telegramma ma non ci è stato recapitato », concluse lei.
Ripensai alle sue parole “ho paura che l’abbiano rapito”, per quale motivo avrebbero dovuto farlo? Forse avevano già saputo del nostro arrivo in Pakistan?
« Voglio trovare Kevin », affermai decisa io, « a qualunque costo »
Karen mi guardò meravigliata e allo stesso tempo felice.
« Credo che tu sia molto stanca », mi disse Karen, « forse è meglio che andiate a riposare »
« Ha ragione », disse Matteo, poi si rivolse a Karen: « Ci penseremo meglio e domani le faremo sapere la risposta definitiva. Arrivederci »
« Buonanotte e a domani », rispose Karen.
La notte andammo a dormire in una locanda: una sola stanza era disponibile e per ironia della sorte, fummo costretti a dividerla.
Il letto era matrimoniale ma lui insisteva col voler dormire sul pavimento, naturalmente non glielo avrei mai permesso, dopotutto era il mio fidanzato.
Stese una coperta sul pavimento e si preparò per la notte. Si fecero le undici e lui era ancora del parere di dormire sul pavimento; alla fine lo supplicai di sdraiarsi accanto a me e di passare la notte disteso al mio fianco. Sinceramente avevo molta paura e non avevo nessun’intenzione di restare sveglia tutta la notte. Non poté rifiutare.
Parlammo molto: delle nostre vecchie fiamme, dei nostri amici e infine arrivammo alla nostra storia. Una storia iniziata per caso.
Dopo avermi dato il bacio della buonanotte, rimasi a pensare per qualche minuto.
Perché ero in Pakistan, perché ero disposta a rischiare la mia vita per un ragazzo che conoscevo da pochi mesi?
In un breve arco di tempo mi ero innamorata di Matteo, un ragazzo fantastico che avrei amato forse per troppo tempo.
« Michi, sono le sette e mezza, su alzati »
« Sei sicuro che sia già mattina? »
« Non fare la bambina, alzati senza troppe scuse »
« Va bene, papi » e dandomi un bacio sulle labbra si congedò.
Durante la colazione riprendemmo il discorso della sera precedente:
« Ieri hai affermato con molta decisione di voler andare a cercare Kevin, sei sempre di quel parere? », mi chiese.
« Certo! Ma non capisci? Il nostro arrivo in Pakistan coincide perfettamente con il presunto rapimento di Kevin. Credo che il telegramma sia stato intercettato dall’organizzazione che successivamente ha rapito Kevin »
« E’ possibile. Ma se così fosse, Kevin è a conoscenza di qualcosa »
« Naturalmente, e noi abbiamo il dovere di trovarlo »
Tutto ad un tratto il viso di Matteo diventò cupo:
« Quindi loro sanno che siamo in Pakistan e in questo momento potrebbero ascoltare la nostra conversazione. Bisogna essere prudenti! Ora andiamo ad avvisare Karen della nostra decisione, ma... eccola!
Salve! Stavamo proprio per venire da lei »
« Mi dispiace ragazzi per ieri sera. Sono stata veramente una sciocca a proporvi una cosa del genere »
« Che dice? Noi abbiamo deciso di andare a cercare Kevin », intervenni io.
« No, è troppo pericoloso. Ieri, dopo che ci siamo lasciati, ho avuto una discussione con il padre di Jasmine, il quale mi ha fatto presente dei pericoli cui andavate incontro per causa mia »
« Noi abbiamo riflettuto abbastanza e siamo giunti alla conclusione che la cosa migliore sia partire », disse Matteo.
« Quindi », dissi, « partiremo con o senza la sua approvazione. Abbiamo i nostri buoni motivi per farlo. Lei ha detto che è pericoloso ma per noi sarebbe pericoloso anche stare così senza far niente. Mi sto rivolgendo a lei senza problemi quando potrebbe essere benissimo contro di noi. Potrebbe essere lei la spia, io non lo so; so solo che suo marito sapeva qualcosa e per questo è stato rapito »
« Vi giuro che io non sono contro di voi »
« Allora ci faccia partire senza crearci problemi », disse Matteo, « e le chiedo di non dire a nessuno della nostra partenza, compresi i suoi migliori amici »
« D’accordo, se questo è ciò che volete. Purtroppo non so dove tengano mio marito e non credo sia ancora in Pakistan, molto probabilmente l’hanno portato nella foresta... forse lungo il fiume Indo. Penso lo tengano prigioniero in qualche rifugio segreto »
« Benissimo, noi ci addentreremo nella foresta, e poi seguiremo il fiume »
« Vi preparerò qualcosa da mangiare, se non vi dispiace. Ma se qualcuno mi dovesse chiedere di voi, cosa risponderò? »
Pensai un istante prima di rispondere: « Semplicemente che non lo sa, perché siamo andati via senza dirle niente. Lei è venuta alla locanda e non ci ha trovato. »
« D’accordo, farò così. »
Karen ci riempì di tutto il necessario per trascorrere qualche settimana nella foresta, ci avvertì delle paludi e dopo averci consegnato una foto di Kevin ci salutò cortesemente.
« Vi prego, fate attenzione, non è un gioco »
Le stesse parole di Billy, « non si preoccupi, faremo il nostro meglio per riportare Kevin a casa e chiariremo definitivamente questa brutta storia »
Chiedemmo a due giovani ragazzi pakistani di accompagnarci alla foresta, li avremmo ricompensati, naturalmente.
Arrivati in prossimità di questa, Matteo tirò fuori della tasca il portafoglio e diede loro un paio di banconote, essi le presero e subito dopo fuggirono verso la strada, in direzione della città.
« Ma quanto gli hai dato? » chiesi io.
« Non saprei, sinceramente... ma sembravano abbastanza contenti »
Risi di gusto mentre lui continuava a guardarmi sbalordita.
« Forza, ricomponiti che un lungo cammino ci aspetta »
Così tornai in me.. ma appena incontravo il suo sguardo, un leggero sorriso affiorava sulle mie labbra.
Davanti a noi si accingeva una vastissima distesa d’alberi molto vicini tra loro. Appena ci fummo addentrati, alzai la testa e riuscii a malapena a scorgere la luce del sole.
Era bellissimo, uno spettacolo meraviglioso che si può ammirare solo in alcuni libri di geografia.
Camminammo a lungo, finché non si fece sera, e a Matteo venne una brillante idea.
« Direi che è meglio fermarci per oggi. Ci metteremo sotto quest’abete, aiutami a raccogliere un pò di legna per accendere il fuoco »
« Agli ordini, capo! »
Sistemò la legna a qualche passo di distanza dall’abete e ci mise delle pietre intorno; dopodiché estrasse dalla tasca superiore dello zaino un accendino e accese il fuoco.
Distesi accanto una coperta e ci sistemai sopra i sacchi a pelo, l’appetito era salito al culmine e mangiammo due panini preparati precedentemente da Karen.
C’era una leggera brezza che mi metteva i brividi e Matteo cercò di riscaldarmi cingendomi con le sue braccia. Aveva delle braccia forti ma allo stesso tempo delicate; allungò la sua mano verso il mio viso, mi sfiorò le gote fino a raggiungere il mento.
« La luna risplende sul tuo viso, è invidiosa di te... sei bellissima »
« Oh, Matteo », non sapevo cosa dire ma provai un enorme desiderio di lui. Cominciò a baciarmi le labbra, baci dolcissimi che facevano salire in me la passione. Mi sfiorò il collo con la lingua e non potei trattenere il piacere che provavo.. d’un tratto sussurrai: « Ti prego, fammi tua ».
Quella notte lo amai appassionatamente con tutta me stessa.
Ci svegliammo contemporaneamente a tutto ciò che ci stava intorno; la foresta brillava di una luce incantevole e sembrava che ogni essere vivente fosse stato con noi tutta la notte, attento ad ogni cosa, ad ogni piccola vibrazione.
Dopo un buon caffè preparato con un vecchio fornellino a gas, c’incamminammo verso quello che doveva essere il sentiero che conduceva al fiume.
La natura cantava una melodia meravigliosa e, strada facendo, cominciammo a sentire lo scorrere dell’acqua.
Il sole non si vedeva più, era coperto da un grosso nuvolone grigio e dopo qualche minuto cominciò a scendere una leggera pioggerella. Cercammo un riparo e trovammo una sorta di grotta, entrammo e finalmente mi resi conto di quanto fossi bagnata: i capelli fradici, i jeans sgocciolanti e la maglietta rosa inzuppata d’acqua restava incollata al mio corpo delineando perfettamente le forme dei miei seni.
La maglietta di Matteo, fradicia, permetteva un irreprensibile vista dei suoi pettorali; dal suo viso, rigato dalla pioggia, scaturiva un senso di trasparenza.
« Ci siamo leggermente bagnati », dissi.
Lui mi guardò, sorrise e mi baciò teneramente.
Quando tutto terminò la quiete tornò a regnare, un’immobilità totale, spezzata solo dal canto armonioso di alcuni pettirossi.
Piccole gocce scivolavano dalle foglie dei grandi alberi, scorgemmo un piccolo coniglietto che alla nostra vista si rifugiò in mezzo ad un cespuglio.
Riprendemmo il nostro cammino e finalmente vidi davanti a me il fiume; ormai il sole aveva eliminato ogni traccia della pioggia e i suoi raggi permettevano all’acqua di riflettere ciò che le stava intorno.
Un vecchio tronco d’albero univa le sponde del fiume, lo attraversammo e seguimmo il sentiero che lo costeggiava.
Giungemmo alla sommità di un’enorme cascata, la osservammo attentamente e ci accorgemmo che ai suoi piedi vi era edificata una casetta.
« Siamo già arrivati a destinazione? » chiesi meravigliata.
« Probabile, anche se siamo piuttosto vicini alla città. Stiamo a vedere se ci sono movimenti »
Restammo fermi per circa due ore, sgranocchiando ogni tanto qualcosa.
« Non credo si tratti del nostro obiettivo perché se così fosse sarebbero davvero stupidi; siamo solo ad un giorno di distanza dalla città »
« Hai ragione » rispose lui « proviamo ad avvicinarci »
Nonostante l’ubicazione, la piccola casetta era tenuta bene: alle finestre si potevano ammirare tendaggi colorati e vasi con alcuni gerani dai colori assortiti. Non c’ erano dubbi: la casetta era abitata, ma da chi?
Bussai... nulla. Bussai una seconda volta e ancora nessuno venne ad aprirci. Bussai una terza volta e dall’angolo destro della casetta sbucò uno strano personaggio.
« Eccomi, datemi il tempo di arrivare! »
Non si poteva dire che fosse giovane: aveva una lunga barba bianca e bianche sopracciglia che andavano ad incorniciare i due occhioni grigi.
« Posso esservi utile in qualche cosa? » ci chiese gentilmente con una voce un pò rauca.
« Passavamo di qua, e abbiamo visto l’orto, così volevamo chiederle se potevamo raccogliere alcuni cetrioli »
Lo guardai stupita; non mi ero assolutamente accorta che ci fosse un orto, e per di più, che ci fossero cetrioli.
Annuì con il capo e ci invitò a seguirlo, ci accompagnò all’interno della casetta e ci fece accomodare su sedie di legno.
Sentii il profumo di verdure cotte e notai alla mia sinistra una cucina a legna dove una pentola bolliva, fui completamente attratta da quella fragranza deliziosa.
« Posso farle una domanda non del tutto appropriata? »
« Naturalmente, cara »
« Che cosa bolle in pentola? »
« E’ una minestra di verdure, dalle vostre parti non si mangia? Comunque potete trattenervi a pranzo se lo desiderate »
Guardai Matteo che a sua volta rispose al vecchietto con un si.
Mentre le verdure cuocevano si sedette con noi attorno al tavolo.
« Non avete l’aspetto di persone di queste parti, quindi, da dove venite? E come mai avete scelto proprio la foresta come meta delle vostre vacanze? Sinceramente, era tanto tempo che non vedevo gente da queste parti »
Matteo non si fidava di lui ed esitò a dirgli di Kevin.
Il vecchio se ne accorse e aggiunse: « Ragazzo, nei tuoi occhi vedo un barlume di tristezza e di rabbia ma anche tanto amore. Dimmi: cos’é che ti preoccupa fino a questo punto? »
« Non credo che lei possa capire » gli rispose Matteo.
« Hai ragione, ma parlarne con una persona estranea a volte può far bene. Sappi comunque, che io so più di quanto tu credi che io sappia »
« Le credo sulla parola ma non ho nulla da dirle »
« Allora vi dirò io qualcosa: come avete già capito, io qui vivo da solo, quindi perché ho preparato un intero pentolone di minestra di verdure? Pensateci e capirete »
Riflettei un attimo, mi ricordai che gli eremiti sostengono di poter parlare ed ascoltare la voce del cuore; non solo delle persone ma di tutti gli esseri viventi e non.
E se il fiume gli avesse parlato?
Gli raccontò tutta la storia senza tralasciare i dettagli, l’uomo fu catturato dal racconto e nel suo viso comparve una leggera smorfia. Ci avvisò del pericolo che correvamo, infatti, Alì era sulle nostre tracce, fu lui a tradire Kevin. Il motivo ancora oggi non lo conosco, era il suo migliore amico.
Nonostante le promesse, Karen si era fatta abbindolare da Alì che riuscì a farle dire dove ci eravamo diretti.
Matteo allora si recò fuori dalla capanna per sentire se, in lontananza, si udivano voci: nulla.
In quel momento, quattro uomini invasero la capanna; il vecchio fu colpito alle spalle ed io fui catturata, non potei urlare poiché mi misero un bavaglio sulla bocca. Successivamente mi bendarono gli occhi.
Fui trascinata di peso, non sapevo quale fosse la mia destinazione e scalciavo come una cavalla impazzita.
Percorremmo qualche chilometro a piedi, loro parlavano ma io non capii niente di ciò che dicevano. Ad un tratto sbattei la testa contro un sasso e non ricordo nulla di quel che successe fino a quando mi svegliai.
Fui lasciata in una cella gelida e grigia, profondamente cupa, incatenata ai polsi come una criminale di prima categoria. In alto, una piccola finestra con quattro sbarre, permetteva l’entrata di qualche raggio di sole.
Cercai di affacciarmi ma era troppo alta per me, il muro era sdrucciolevole e non riuscii neppure ad arrampicarmi.
Non avevo la più pallida idea di dove fossi io né di dove potesse essere Matteo, il mio cuore mi diceva che era salvo ma la mia mente non ne era completamente convinta.
Dopo qualche ora sentii dei passi avvicinarsi; mi voltai e vidi un uomo sulla trentina con una folta barba scura. Lo seguiva un nano con un pizzetto molto curato.
L'uomo con la barba prese a parlare e il nano mi fece la traduzione simultanea:
« Sono sicuro che il tuo uomo verrà a prenderti e allora saranno cazzi per tutti e due »
Fece una pausa, poi continuò: « Anche se tu potresti soddisfare i miei desideri: sei giovane, bella e sembri molto promettente! »
Non riuscii a trattenermi: sputai sul viso del nano che in fondo stava solo traducendo ciò che diceva il grande capo, il quale rise di gusto per la mia reazione secondo lui esagerata.
« Eh si... bisogna addomesticarti, sei troppo selvaggia dolcezza! »
« Ah!Ah!Ah! »
L'uomo con la barba si girò e si diresse verso la porta ma prima di uscire disse qualcosa.
Quando se ne andò, il nano rise e mi disse:
« Avrai da fare stasera! Dovrai soddisfarlo bene se vuoi rivedere il tuo uomo! »
« Io non soddisfo i desideri di nessuno. Non sono una puttana!"
« Se non ti renderai disponibile, non potrai mai ottenere nulla. Vuoi uscire da qua? Allora patteggia! Concediti a lui chiedendo in cambio di uscire da qua. Sei un bel bocconcino, ci tiene che sia tutto bellissimo, quindi accetterà! Fidati! »
« Come posso fidarmi di te? Mi avete rinchiuso in questa cella, chissà cosa avete fatto a Matteo »
« Nulla. Non lo abbiamo trovato, credo che verrà a cercarti, lo cattureranno e lo uccideranno »
Mi scesero le lacrime, « bastardi! »
« Pensaci, tornerò più tardi per sentire la tua decisione »
Quando chiuse la porta, si sentirono tre giri di chiave, proprio come una detenuta.
Che cosa dovevo fare? Forse potevo salvare sia me che Matteo.
Ed ora Matteo dov'era? Non doveva cercarmi, non doveva venire qua.
Guardai il sole sparire dietro le sbarre della piccola finestra e presi la mia decisione.
Arrivò il nano, aveva in mano un altro mazzo di chiavi oltre al mio.
« Ti sei decisa? »
« Prima voglio parlare con lui e poi prenderò le mie decisioni. Devo esporgli le mie condizioni »
« Dille a me, io gliele comunicherò e...» lo interruppi prima che finisse.
« No, devo esserci anch'io! »
Dopo qualche minuto arrivò, pensavo di vederlo scocciato invece aveva lo stesso temperamento della mattina.
« Inizia » mi disse il nano, « io tradurrò parola per parola »
« Innanzitutto voglio sapere alcune cose: siete stati voi a rapire Kevin? Perché? Che motivo c'era, lui non c'entra nulla »
« No, noi non rapiamo nessuno. Kevin aveva ricevuto una lettera del vostro arrivo a Multan e stava già facendo ricerche su di noi, così è sparito dalla circolazione definitivamente »
« Non ci credo, lo avete ucciso »
« Noi non scherziamo »
Che cosa dire ora? Volevo che lo liberassero, volevo che Karen potesse continuare una vita felice con accanto il suo amore e invece ormai non era più possibile.
« D'accordo! Quando avrò soddisfatto i tuoi desideri mi lascerai libera?
Finirai di tormentare me e Matteo definitivamente? Ti farò godere ma a queste condizioni. Che cosa rispondi? »
« Ok, accetta! »rispose il nano.
L'uomo se ne andò e il nano continuò:
« Vieni con me, devi lavarti e cambiarti. Quello non è un modo di presentarsi! »
Mi bendò gli occhi e mi condusse in un ampio bagno, mi lasciò una scatola e mi chiese di prepararmi nel minor tempo possibile.
Aprii la scatola: conteneva un delizioso vestito nero, lungo fino alle caviglie, di gran classe.
Mi feci una doccia e mi vestii pensando di dovermi recare ad un appuntamento con Matteo. Suonai il campanello in modo che il nano capisse che ero pronta.
Mi condusse un pò in giro ma sempre con gli occhi bendati; quando tolse la benda mi ritrovai in una stanza da letto con una vasta varietà di fiori, ben illuminata e arredata con un certo gusto.
Al centro della stanza, appoggiato al muro, vi era un letto matrimoniale ben rifatto.
Il nano uscì, sapevo ciò che dovevo fare e mi disprezzavo con tutta me stessa.
« Come on, baby! » furono le uniche parole che riuscii a capire; mi avvicinai lentamente al letto e mi adagiai comodamente.
Lui arrivò da un angolo non illuminato della stanza: aveva indosso semplicemente un paio di boxer neri.
Era un bell’uomo e anche molto curato però l'idea di trascorrere la notte con lui mi spaventava.
Mi sdraiai completamente e lui si mise a cavalcioni su di me, mise le sue grosse mani intorno alla mia vita e mi sussurrò qualcosa. Mi strinse forte a sé e intuii immediatamente che era già eccitato al punto giusto.
Iniziò a baciarmi il collo, le orecchie e infine posò le sue labbra sulle mie. Provai una sensazione di disgusto quando sentii la sua lingua dentro la mia bocca.
Delicatamente e molto dolcemente abbassò le bretelle del vestito; ormai non avevo altra scelta, ero lì e dovevo stare al gioco. Ero senza reggiseno e la sua prima reazione fu di contemplare i miei seni. Rimasi immobile quando vidi le sue mani sopra di loro.
Si accorse della mia titubanza, mi guardò, mi sorrise e mi baciò.
In quel momento bussarono alla porta, vidi apparve in viso in viso un filo di rabbia.
Il nano entrò, discussero per qualche minuto e poi mi presero e mi ricondussero in cella.
Probabilmente Matteo era arrivato; no..! non ora che stavo per sistemare tutto..!!
Sentii degli spari, urla e un frastuono infernale. Dei passi si avvicinavano velocemente alla cella: l'uomo con la barba, cinque uomini e infine Matteo con una pistola puntata alle tempie del nano.
Guardando meglio, notai un sesto uomo dietro Matteo che gli puntava una pistola alla testa.
« Ecco qua la tua donna » disse il nano, « vuoi entrare in cella con lei? »
« Lasciatela libera o gli farò saltare le cervella! »
L'uomo urlò qualcosa e il nano si affrettò a tradurre:
« O muoio io, o tu, o entrambi! »
Purtroppo non riuscivo a vedere Matteo, c'erano troppi uomini in mezzo, però la sua voce mi riempiva il cuore di gioia.
Udii un forte botto e una risata generale: « Matteo! », gridai disperata, « cosa gli avete fatto? Siete dei luridi traditori! »
« Ciao Michela! Ti trovo bene »
Mi girai per guardare in faccia l'uomo dalla voce conosciuta: era Alì, l'uomo che avevamo conosciuto al mercato di Multan.
« E' stato lei a tradirci, ha tradito il suo amico Kevin e Karen, che si fidava ciecamente di lei »
« Sono cose che capitano se si vuole continuare a vivere nella nostra epoca »
Matteo riprese i sensi ma ormai non poteva fare più nulla; gli puntarono la pistola contro, si girò per guardarmi e mi sorrise.
« Vi prego, è l’ultimo desiderio di un condannato a morte: lasciatela vivere. Io vi ho creato problemi ed io devo essere eliminato. Abbiate pietà di lei, vi scongiuro ».
Aveva un tono assolutamente supplichevole, non sapevo che fare, i suoi occhi colmi di lacrime aspettavano con ansia una risposta. Loro mi scrutarono e poi scoppiarono in una fragorosa risata.
Matteo ed io ci guardammo: se mi avessero lasciato libera probabilmente non ci saremmo più rivisti.
« Dobbiamo pensarci un po’, nel mentre puoi entrare con lei nella cella »
« Non è scemo, se lui entrasse nella cella ci ammazzereste entrambi senza pensarci due volte » gridai.
« E’ l’unica possibilità che ha per tirarti fuori di qui, spetta a lui la decisione »
« Sono d’accordo, mi fido di voi »
Così entrò nella mia cella, corse verso di me e mi baciò.
« Passerete la notte insieme, domattina conoscerete la nostra decisione »
Avevamo a nostra disposizione solo le poche ore della notte e poi probabilmente non ci saremo più rivisti, la mia ultima notte con il mio unico amore.
Facemmo l’amore, consci che per noi sarebbe stata l’ultima volta. Fu tremendamente dolce e piansi, come potevo lasciarlo? Ma poi pensai a quello che poteva esserci dentro di me e un senso di vuoto mi assalii.
I primi raggi di sole entrarono dalle sbarre della finestra, illuminando così il volto di Matteo.
Rimasi a fissarlo sino a quando si svegliò e mi sussurrò:
« Non sai quanto hai significato per me, sei riuscita a rendermi l’uomo che sono e per questo te ne sono grato.
Ti amo e non so neanche io quanto, ciò mi spaventa perché renderà la mia separazione da te ancora più dolorosa.
Ma tu, qualunque cosa accada, devi vivere, sia per te che per me. So che troverai qualcuno che ti potrà rendere felice e tu non devi fartelo scappare, promettimelo! »
Gli occhi mi si riempirono di lacrime, cosa dovevo rispondergli?
« Non posso promettertelo… non credo di essere in grado di vivere senza di te »
« Ma tu devi vivere! Promettimelo, Michela! »
« Te lo prometto, sei la cosa più bella che mi sia mai capitata, ti amo tanto e non ti dimenticherò mai. Grazie per avermi amata »
Dopo qualche minuto arrivò il nano con altri quattro uomini.
« Spero che vi siate detti addio. E’ stato deciso che lei vivrà. Sei un bravo ragazzo, sei riuscito a far commuovere il Capo, complimenti! »
« Non sai dove li metto i tuoi complimenti! » rispose Matteo, colmo d’ira ma anche di gratitudine per il loro gesto di pietà nei confronti del nostro amore.
Mi presero e mi portarono via; cercavo di liberarmi dalla loro stretta, scalciavo, urlavo ma invano.
Allontanandomi, guardavo per l’ultima volta Matteo: i suoi occhi, le sue labbra e tutto ciò che di buono aveva dentro.
Le sue braccia non mi avrebbero più abbracciata, le sue labbra non mi avrebbero più baciata, le sue mani non mi avrebbero più toccata. Ormai non avevo più la forza di urlare, avevo la gola stretta dal dolore per quell’eterna separazione.
I nostri sguardi s’incrociarono per l’ultima volta.
Piansi. Piansi come una bambina che durante un temporale è svegliata dal fracasso di un tuono, come una madre che vede morire il proprio figlio, piansi come non avevo mai pianto in vita mia.
Non credevo possibile vivere senza Matteo accanto, lo amavo troppo e il fatto che lui morisse per salvare me mi faceva stare ancora più male.
Ero come una bambola, ormai non m’importava più di niente. Mi legarono le mani dietro la schiena e mi bendarono gli occhi.
Non capivo cosa mi stavano facendo ma non m’importava, venivo trascinata, sbattuta per terra, trattata come un pupazzo.
Perché mi stava capitando tutto questo? Cosa mai avevo fatto di tanto grave per meritarmi una punizione così dura?
Fui abbandonata nel deserto, non so per quanto vagai, fu un esperienza terrificante. Avevo sete e fame ma davanti a me vedevo solo una distesa di sabbia infinita. Nei miei pensieri appariva solo il viso di Matteo, i suoi occhi che mi guardavano e le sue mani che mi toccavano.
Passarono giorni, non so quanti ma vidi parecchie volte il sorgere e il tramontare del sole. Esausta, mi accasciai sulla sabbia e mi addormentai sicura di morire.
Fui ritrovata semimorta da una coppia d’indiani che mi portarono a casa loro e mi curarono con infusi casalinghi avvicinandomi molto al loro stile di vita e alla loro religione.
Quando ripresi conoscenza, mi fecero credere di essere promessa sposa ad un loro amico.
Io avevo perso la memoria, sentivo che era tutto sbagliato ma non ricordavo neppure il mio nome.
Inconsciamente aiutai nei preparativi del mio matrimonio; il mio futuro sposo era un tipo molto taciturno e ignorante. Non trovavo un solo lato buono a quel povero uomo e avevo intenzione di rifiutarlo.
In quei giorni avevo la testa gonfia e mi sentivo molto affaticata, vomitavo spesso e iniziavo a sentire che qualcosa in me stava cambiando.
Una mattina andai al mercato; mi emozionava sempre, c’era sempre tutto il paese, s’incontravano amici, si parlava con altre persone mentre si era in fila. Brama invece, non era come me: a lei il fatto d’incontrare altre persone non piaceva. Preferiva restare a casa con suo marito e così, andavo sempre io a fare la spesa.
Il giorno avevo comprato molta frutta e del pesce fresco, sarebbe venuto a cena il mio futuro marito: tutto doveva essere perfetto. Per una ragazza come me, il peso dei sacchetti pieni era eccessivo, non avevo tanta forza e in quei giorni ero molto debole; ad un tratto un uomo si avvicinò per aiutarmi, quando i nostri sguardi s’incontrarono gli s’illuminarono gli occhi. Mi guardò attentamente sempre più sorpreso e felice. Mi abbracciò e gridò “ Michela, tesoro mio! »
Piangeva dalla gioia, mi stringeva fortissimo. Io ero sconcertata, non capivo il suo comportamento perciò alzai la testa per guardarlo meglio, lo scrutai e d’un tratto mi tornò la memoria: davanti a me c’era mio padre.
Non mi sembrava vero, era come un sogno che si era appena avverato.
« Papà, sei tu? Non ci credo »
« E’ un miracolo questo. Ho la mia bambina tra le braccia »
« Papà mi dispiace, potrai mai perdonarmi? »
« Ma che dici! Tu sei la mia bambina. Sono tanto felice di averti ritrovata. Ora torneremo a casa, tua madre è a pezzi »
Ci allontanammo dal mercato, lentamente mi accorsi di quello che stavo per fare, del matrimonio che si sarebbe celebrato a giorni e del mio cuore a pezzi.
Restai qualche minuto in silenzio poi mi rivolsi a mio padre:
« Non posso tornare a casa, devo risolvere un problema »
« D’accordo, posso aiutarti? »
« Sto per sposarmi » buttai tutto di un colpo.
Inizialmente fu sorpreso ma poi « Sono senza parole, è meraviglioso »
« No, per niente. Io non lo amo, non lo conosco e poi…poi… » scoppiai a piangere, pensavo a Matteo: era scomparso per sempre dalla mia vita?
Non era possibile, non poteva essere morto.
« Non piangere bambina mia, se non lo vuoi sposare, non lo sposerai. Non sei obbligata. Però devi spiegarmi questa storia »
« Avevo perso la memoria, così una coppia indiana mi ha accolto in casa loro e mi ha fatto credere di essere promessa sposa ad un loro amico, la data delle nozze è fissata per questa domenica. Io non voglio sposarmi, io amo Matteo, papà aiutami, ti prego. Non voglio sposarmi! » Continuavo a piangere e mio padre cercò di rassicurarmi.
« Non ti sposerai se tu non vorrai, non lo permetterò. Ora andiamo da questi gentilissimi signori, come hanno potuto fare una cosa del genere alla mia bambina? »
« Ma come mai sei venuto in India? »
« Ho ricevuto una lettera anonima in cui mi si diceva che tu e un certo Matteo vi eravate recati in Pakistan. Non avevamo nessun indizio per poterti ritrovare, quindi l’unica nostra possibilità è stata fidarci di quella lettera. Sono andato in Pakistan ma non ho trovato una sola persona che sapesse darmi informazioni. Ho pensato di cercare anche negli stati vicini e ho iniziato dall’India. Il mio istinto mi ha portato fortuna »
« Non sai quanto sono felice, papà. Mi dispiace tanto, davvero »
« Non importa. A casa ne riparleremo »
Non so come, ma si sistemò tutto e poté finalmente riportarmi a casa, in Italia. Tornare a casa dopo tre mesi e rivedere mia madre, i miei amici e tutto il resto era bellissimo ma anche molto triste. La notte rivivevo la separazione da Matteo, la disperazione nel deserto. Le prime due settimane a casa passavo le giornate a piangere e nulla mi faceva star meglio. Tuoi nonni non sapevano come comportarsi, volevano in tutti i modi aiutarmi ma io non parlavo, non dicevo nulla sull’India né sulle mie avventure in Pakistan.
Quando raccontai loro del mio viaggio in Pakistan e tutto ciò che ne conseguì, mia madre mi abbracciò senza dire una parola.
« Tesoro, vuoi fare qualche cosa contro quell’organizzazione? »
« Papà, non ho prove, secondo te mi crederebbero? E’ già molto se mi avete creduto voi »
Mio padre pagò un investigatore per andare in India a cercare qualcosa che potesse farmi ritrovare Matteo ma nulla.
Non c’erano tracce né di Matteo né d’Alì.
A Multan, avevano dato Kevin per morto e si era celebrato anche il suo funerale, povera Karen, non ero riuscita neppure a far tornare il sorriso nel suo viso.
Una mattina di qualche mese dopo, mi fu recapitato un telegramma dove mi si pregava di recarmi al più presto in Pakistan.
Non sapevo cosa pensare, recarmi in quella terra una seconda volta mi spaventava ma era la cosa più giusta da fare per chiarirmi le idee. Andammo a Multan, incontrai Karen, parlammo di tante cose prima di arrivare all’argomento più importante. Da lei ebbi la conferma della morte del mio più grande amore. Avevano trovato un corpo e lei l’ aveva identificato. Il cadavere non aveva nulla addosso.
Nonostante tutto, Karen era stata gentilissima, volevo fare qualcosa per lei ma non sapevo cosa.
« Grazie, Karen. Non so come sdebitarmi »
« Non ho fatto nulla di tanto eccezionale. Ho aiutato qualcuno che ha fatto tanto per me »
Ci abbracciammo forte prima di salutarci ma continuammo a tenere i contatti tra noi sino a qualche anno fa, quando rimase uccisa in una rissa per strada.
Tornai a casa, erano a conoscenza della mia storia solo i miei genitori.
Neppure le mie più care amiche sapevano che fine aveva fatto Matteo, nonostante tutto non mi chiedevano nulla ed io non so come ho fatto a tenergli nascosta la verità per tutto questo tempo. Furono comprensibili e mi diedero tutta la loro disponibilità quando dovetti occuparmi di te.
Crescere te è stata la cosa più bella che mi potesse capitare e grazie a te ho potuto vivere fino ad ora perché tu mi hai aiutata ad alleviare il dolore della perdita di tuo padre.
Gli assomigli molto e a volte è come se lui rivivesse in te, quando ti muovi, le tue espressioni.
Non dimenticarti mai di quello che ti ho detto ora, e ricordati che c’è stato qualcuno che ci ha amato così tanto da dare la sua vita in cambio della nostra.

EPILOGO

La storia della sua vita è commovente, riesco a malapena a trattenere le lacrime. La guardo negli occhi e rivedo la diciassettenne di un tempo.
Uno sguardo limpido e puro mi dice che lo ama ancora, e che così sarà per sempre, perché un legame come il loro neppure la morte è riuscito a spezzarlo.
Finalmente può chiudere gli occhi, entra in un sonno dal quale non si desterà più e con le lacrime agli occhi le dico addio.
Solo io conosco questa magnifica storia.. io sono l’unica prova del loro amore.


THE END